Nel lavorare con gli individui vedo frequentemente una difficoltà marcata, da parte di molti, a decidere per la propria vita. Quando vado ad elaborare con loro le storie di attaccamento alle figure primarie impatto spesso con un forte carattere dei genitori, capace di frenare o addirittura di schiacciare le scelte dei figli durante lo sviluppo.
Questi pazienti non hanno ricevuto fiducia dai loro genitori che, spesso inconsapevolmente, hanno assunto comportamenti “dittatoriali” inibendo gravemente la capacità di decidere per sé.
Tale imposizione, inutile dirlo, nasce da un’intenzione d’amore e viene motivata con la necessità di “fare il bene dei propri figli” preservandoli da errori e sofferenze. Fatto sta che schiacciare la possibilità di decidere implica nel tempo, per quanto riguarda il figlio, un blocco crescente nell’ascolto di sé, delle sensazioni e dei propri bisogni.
Il genitore dovrebbe accompagnare, guidare con fiducia i passi del figlio tollerando gli errori che normalmente vengono fatti durante l’apprendimento e calibrando in modo progressivo i suggerimenti che dischiudono nuovi campi d’azione e di possibilità. Ciò permetterebbe di sviluppare la capacità di diventare gradualmente all’altezza delle situazioni da affrontare, imparando a decidere in proprio partendo da un contatto autentico con bisogni e sensazioni.
Questo, purtroppo, non sempre accade. Spesso il genitore si sostituisce al figlio imponendo regole morali non negoziabili e instaurando una diffidenza quasi totale. Se tale processo si prolunga il futuro adulto si troverà facilmente sconnesso dalle proprie sensazioni e sottomesso. Il respiro si altera, si accorcia, mantenendo un controllo e una vigilanza troppo alti. Il rimuginio mentale prevale sul sentire e l’atteggiamento della persona si irrigidisce sui poli della sottomissione o della ribellione controdipendente.
Il prevalere dei pensieri fa sì che gradualmente il cuore si chiuda e, con esso, la pancia: emozioni, istinti e sensazioni si annebbiano e perdono il potere di orientarci nella vita. Il costo di questa rigidità caratteriale è enorme.
L’energia non scorre liberamente e il soggetto diventa “schiavo” di un ordine che gli impedisce di uscire dalle vie senza sbocco della rinuncia obbediente o della rabbia impotente. Aver introiettato una visione del mondo che non gli appartiene significa compromettere il suo rapporto con se stesso, moltiplicando all’interno dei vincoli ferrei che impediscono un’espressione fluida e spontanea della personalità.
Tutto questo comporta che l’assertività e la capacità di decidere per la propria esistenza, una volta private del supporto fondamentale che proviene dall’istinto e dall’intuito, vengano facilmente sommerse da un’attività mentale incontrollata. In questo mare senza fondo l’individuo rischia di smarrirsi e, ormai privato della forza e della determinazione, di rimanere per sempre una vittima inerme del potere del sistema.